Cagliari, arrivano i primi detenuti al 41-bis a Uta. Todde: «Sardegna trattata come la Cayenna d’Italia»

Primi detenuti al 41-bis nel carcere di Uta. Todde attacca Nordio. Il piano per la Sardegna, la storia del carcere duro e la posizione di Mauro Pili.

La presidente della Regione Autonoma della Sardegna, Alessandra Todde
La presidente della Regione Autonoma della Sardegna, Alessandra Todde

CAGLIARI (CA) – I primi detenuti sottoposti al 41-bis arrivano nel carcere di Uta e lo scontro tra la Regione Sardegna e il Governo diventa durissimo. La presidente Alessandra Todde accusa il ministro della Giustizia Carlo Nordio di aver portato a compimento una decisione «imposta alla Sardegna», senza un reale confronto con le istituzioni dell’Isola.

«Con l’arrivo dei primi detenuti sottoposti al 41-bis nel carcere di Uta, il ministro Nordio porta a compimento una scelta imposta alla Sardegna, sottraendosi fino all’ultimo al confronto con la Regione», afferma Todde.

La presidente ricorda di aver scritto nuovamente al ministro il 4 agosto chiedendo gli atti e i criteri utilizzati per decidere la concentrazione di una quota significativa del circuito detentivo speciale negli istituti sardi. Una richiesta che, secondo quanto riferisce la Regione, non avrebbe ricevuto risposta.

«Il Governo ha preferito procedere in modo unilaterale e arrogante trattando la Sardegna come la Cayenna d’Italia», attacca Todde.

Il piano del 41-bis e i tre istituti scelti in Sardegna

La vicenda non riguarda soltanto Uta. Il piano di riorganizzazione del circuito di massima sicurezza illustrato dal Governo alla Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre 2025 prevede la concentrazione dei detenuti sottoposti al 41-bis in sette istituti dedicati. Tre si trovano in Sardegna: Cagliari-Uta, Bancali a Sassari e Badu ’e Carros a Nuoro.

Per il solo carcere di Uta è stato programmato il trasferimento di 92 detenuti al 41-bis. La documentazione parlamentare relativa al piano indica inoltre interventi per destinare Badu ’e Carros al circuito speciale. Il progetto nazionale punta dunque a concentrare maggiormente i detenuti sottoposti al cosiddetto carcere duro in un numero limitato di strutture.

La scelta della Sardegna ha provocato una lunga contrapposizione istituzionale. Il Consiglio regionale, il 24 febbraio scorso, ha approvato un ordine del giorno che chiede di modificare l’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario eliminando il riferimento alla collocazione preferenziale dei detenuti in aree insulari e di evitare un’ulteriore concentrazione nell’Isola.

Perché il 41-bis viene destinato anche alle isole

Per capire perché la Sardegna sia diventata centrale nella discussione bisogna leggere la stessa disciplina del 41-bis. La normativa prevede che i detenuti sottoposti al regime speciale siano collocati preferibilmente in istituti dedicati esclusivamente a loro, situati in aree insulari, oppure comunque in sezioni speciali logisticamente separate dal resto dell’istituto.

La ratio è legata alla necessità di garantire il massimo isolamento possibile rispetto alle organizzazioni criminali di appartenenza. L’obiettivo del 41-bis non è infatti semplicemente rendere più dura la detenzione, ma soprattutto interrompere i collegamenti tra il detenuto e l’organizzazione criminale esterna.

Ed è proprio il criterio dell’insularità a essere contestato dalla Regione. Todde sostiene che una caratteristica geografica riconosciuta dalla Costituzione non possa diventare la ragione per concentrare nell’Isola una parte rilevante del sistema detentivo speciale.

Come e perché nacque il 41-bis

Il 41-bis prende il nome dall’articolo 41-bis della legge sull’ordinamento penitenziario, la legge 354 del 26 luglio 1975. La sua configurazione più nota, quella del cosiddetto carcere duro contro la mafia, nasce però nel 1992.

Il comma 2 dell’articolo venne introdotto con il decreto legge 8 giugno 1992, n. 306, successivamente convertito nella legge 356 del 7 agosto 1992, nel pieno dell’emergenza mafiosa successiva alla strage di Capaci del 23 maggio 1992, nella quale furono assassinati il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta.

Nato inizialmente come strumento eccezionale e temporaneo, il regime venne successivamente prorogato e nel 2002, con la legge 279, fu stabilizzato nell’ordinamento.

Il principio fondamentale è impedire che esponenti delle organizzazioni mafiose o di altre strutture criminali possano continuare, dal carcere, a comunicare ordini, mantenere rapporti con l’organizzazione o esercitare il proprio potere criminale.

Mauro Pili: una battaglia iniziata oltre dieci anni fa

La polemica sulla concentrazione dei detenuti al 41-bis in Sardegna ha precedenti lontani. Mauro Pili, già parlamentare ed ex presidente della Regione, denuncia da oltre un decennio le conseguenze delle scelte del Ministero sulle carceri sarde.

Già nel 2015, dopo l’arrivo a Bancali di decine di detenuti sottoposti al regime speciale, Pili parlò di una «Sardegna Cayenna di mafia», contestando i trasferimenti e chiedendo al ministro della Giustizia di riferire in Parlamento.

In questi giorni Pili è tornato sul caso Uta. Il 27 agosto ha denunciato pubblicamente l’esistenza di una comunicazione che, secondo la sua ricostruzione, riguarderebbe il potenziamento della dotazione medica necessario per l’imminente attivazione del reparto 41-bis. La sua contestazione riguarda soprattutto l’impatto che le nuove esigenze sanitarie potrebbero produrre su un sistema regionale già alle prese con carenze di personale.

La posizione di Pili presenta dunque un elemento di continuità: già nel 2014 aveva effettuato un sopralluogo nel carcere di Uta sollevando interrogativi proprio sulla futura destinazione di un’ala al 41-bis, mentre nel 2015 aveva contestato duramente l’arrivo dei detenuti nel penitenziario sassarese di Bancali.

Todde: «Uta è già oltre la propria capienza»

Il punto sollevato oggi dalla presidente della Regione riguarda anche le condizioni del sistema penitenziario sardo.

«Uta è già oltre la propria capienza – sostiene Todde – Bancali vive una situazione analoga e il sistema deve fare i conti con carenze di personale e servizi sanitari sotto pressione».

La situazione sanitaria nelle carceri è stata al centro anche di recenti richieste di intervento. Nell’agosto scorso Europa Radicale e Nessuno Tocchi Caino hanno chiesto di sospendere il piano di concentrazione dei detenuti al 41-bis fino al rientro degli istituti nella capienza regolamentare, richiamando le criticità riscontrate a Bancali e Uta.

Lo scontro sull’insularità

Todde insiste soprattutto sul rapporto tra Stato e Regione.

«Abbiamo combattuto perché l’insularità fosse riconosciuta in Costituzione. È inaccettabile che oggi proprio il fatto di essere un’isola diventi uno svantaggio da far pagare alla Sardegna».

La presidente precisa tuttavia un punto: la Regione non contesta il 41-bis come strumento di contrasto alla criminalità organizzata.

«Sia chiaro. Il 41-bis è uno strumento fondamentale contro la criminalità organizzata. Qui contestiamo una precisa decisione del Governo e il modo con cui è stata imposta alla Sardegna in quanto isola».

Lo scontro, quindi, non riguarda l’esistenza del carcere duro, ma quanti detenuti debbano essere concentrati in Sardegna, perché siano stati scelti tre istituti dell’Isola e quali risorse lo Stato intenda mettere a disposizione per personale, sicurezza e assistenza sanitaria.

Con l’arrivo dei primi detenuti a Uta, quella che per mesi è stata una battaglia politica e istituzionale entra ora nella fase concreta.

«Oggi arrivano i detenuti. Questa è la risposta che Nordio ha dato alla Sardegna», conclude Todde.

Informazioni su Salvatore Garau 1312 Articoli
Titolare ed Editore delle Testate Giornalistiche: - Cagliari Live Magazine - Mediapress24.it - Cagliari Live Tv

Commenta per primo

Lascia un commento