Cagliari, il degrado non si cancella accusando i giornalisti: Zedda risponda alla città

Dopo il servizio di “Fuori dal coro”, Cagliari chiede risposte su degrado, sicurezza urbana e bivacchi nelle piazze cittadine.

banner pubblictà
Carabinieri a Cagliari in Piazza del Carmine

Dopo il servizio di “Fuori dal coro” su piazza del Carmine, il sindaco non può spostare il dibattito sulla trasmissione. La questione vera è la sicurezza dei cittadini.

Cagliari è finita ancora una volta sotto i riflettori nazionali. Il servizio mandato in onda da “Fuori dal coro”, trasmissione condotta da Mario Giordano su Rete 4, ha raccontato una giornata tra piazza del Carmine e la zona della Marina, mostrando scene di degrado, tensioni, minacce alla troupe televisiva e comportamenti che hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza urbana nel cuore della città.

Secondo quanto riportato da YouTG, durante le riprese sarebbero state rivolte minacce al cameraman e alla giornalista, mentre Casteddu Online ha riferito di immagini relative a una donna che si sarebbe cambiata la biancheria intima in pubblico e avrebbe minacciato chi tentava di farle domande.

Da quel momento, però, il confronto pubblico sembra essersi spostato rapidamente dal problema principale a un terreno laterale: non tanto ciò che accade in alcune aree della città, quanto il modo in cui quelle immagini sono state raccontate.

Alcune critiche hanno riguardato il presunto sensazionalismo televisivo, altre la tutela della privacy e della dignità di persone fragili, probabilmente non pienamente lucide o segnate da problemi psichiatrici.

Sono questioni che non vanno liquidate con superficialità. La dignità delle persone, soprattutto se vulnerabili, deve essere sempre tutelata. Il giornalismo ha il dovere di raccontare, ma anche quello di non trasformare la sofferenza individuale in spettacolo. Questo principio resta valido sempre, anche quando si parla di degrado, sicurezza e ordine pubblico.

Ma c’è un punto che il sindaco Massimo Zedda e una certa parte politica non possono continuare a ignorare: il tema della privacy non può diventare lo scudo dietro il quale nascondere la realtà dei fatti.

Perché se una piazza centrale diventa luogo di bivacco permanente, se i commercianti denunciano difficoltà a lavorare serenamente, se famiglie, anziani, donne e ragazzi evitano determinati spazi pubblici per paura o disagio, allora il problema non è la telecamera che riprende. Il problema è ciò che quella telecamera documenta.

E qui la responsabilità politica non può essere elusa.

Il sindaco può contestare il taglio televisivo, può criticare il linguaggio della trasmissione, può invocare maggiore rispetto per le persone fragili. Tutto legittimo. Ma non può usare queste obiezioni per trasformare i giornalisti nel problema e l’amministrazione comunale in vittima del racconto mediatico.

Perché Cagliari non è stata inventata da una troupe televisiva. Piazza del Carmine non è diventata un caso nazionale per colpa di una telecamera. La percezione di insicurezza non nasce da uno studio televisivo di Rete 4, ma dalle segnalazioni, dalle paure, dalla stanchezza e dalla rabbia di tanti cittadini che da tempo denunciano una situazione diventata pesante.

La discussione pubblica non può ridursi a stabilire se “Fuori dal coro” abbia usato un taglio più o meno duro. La vera domanda è un’altra: piazza del Carmine, la stazione, la Marina e altre zone sensibili di Cagliari sono oggi luoghi pienamente vivibili, sicuri e restituiti ai cittadini?

Se la risposta è incerta, allora il dovere delle istituzioni non è indignarsi contro chi racconta il disagio, ma intervenire per rimuoverlo.

Il sindaco Zedda, invece di minimizzare o di spostare l’attenzione sul metodo giornalistico, dovrebbe assumersi fino in fondo la responsabilità delle scelte politiche compiute dalla sua maggioranza.

Tra queste c’è anche l’eliminazione del divieto di bivacco e accattonaggio previsto dal regolamento di polizia urbana varato durante la precedente amministrazione guidata da Paolo Truzzu. L’Ansa ha riportato che il Consiglio comunale di Cagliari ha abolito quel divieto, introdotto due anni prima dalla giunta di centrodestra; anche L’Unione Sarda ha riferito che il centrosinistra, su impulso del consigliere Matteo Massa, ha cassato l’articolo 7 del regolamento di polizia urbana.

Questa non è una questione secondaria. È una scelta politica precisa. E quando una scelta politica produce effetti sulla percezione del decoro, della sicurezza e della vivibilità urbana, chi amministra ha il dovere di risponderne davanti ai cittadini.

Non basta dire che il problema è complesso.

Certo che è complesso. Ci sono disagio sociale, marginalità, immigrazione irregolare, dipendenze, fragilità psichiatriche, assenza di reti familiari, problemi sanitari, povertà e criminalità. Ma proprio perché il problema è complesso, non può essere affrontato con slogan ideologici, né con il riflesso automatico di accusare chi lo porta alla luce.

Una città civile deve saper aiutare chi è fragile. Ma aiutare non significa lasciare una persona abbandonata in una piazza, in condizioni degradanti, esposta a sé stessa e agli altri. Una città accogliente deve saper integrare chi rispetta le regole. Ma accoglienza non significa tollerare bivacchi permanenti, molestie, aggressività, spaccio, disordine e occupazione impropria degli spazi pubblici.

C’è una differenza enorme tra solidarietà e resa.
C’è una differenza enorme tra inclusione e permissivismo.
C’è una differenza enorme tra amministrare una città e giustificare tutto in nome di un’ideologia.

Naturalmente, una città non si giudica soltanto da un servizio televisivo. È giusto ricordare che i dati generali sulla criminalità possono raccontare un quadro più ampio e meno allarmistico. Sardinia Post, citando l’indice della criminalità elaborato su dati del ministero dell’Interno, ha ricordato che la provincia di Cagliari risulta in una fascia relativamente contenuta rispetto ad altre realtà italiane.

Lo stesso articolo, tuttavia, riconosce criticità specifiche: aumento di alcune tipologie di reato, attenzione delle forze dell’ordine su spaccio, microcriminalità urbana e percezione di insicurezza in alcune zone della città.

Ecco il punto: la statistica generale non cancella il disagio quotidiano dei cittadini. Una città può risultare complessivamente più sicura di altre e, allo stesso tempo, avere aree precise dove la convivenza è compromessa, dove il decoro è saltato, dove chi lavora o abita si sente abbandonato.

Questo non significa criminalizzare tutti gli immigrati. Sarebbe ingiusto, sbagliato e pericoloso.

A Cagliari vivono e lavorano tante persone straniere perfettamente integrate, rispettose delle regole e parte viva della comunità. Il problema non è l’origine geografica delle persone. Il problema è l’illegalità, l’irregolarità, il rifiuto delle regole, lo spaccio, la molestia, l’aggressività, il degrado e l’occupazione impropria degli spazi pubblici.

Una città civile deve saper accogliere chi rispetta la legge. Ma deve anche saper intervenire con fermezza verso chi trasforma l’accoglienza in impunità e lo spazio pubblico in zona franca.

È qui che il sindaco Zedda dovrebbe cambiare passo. Non basta difendere l’immagine della città attaccando chi mostra ciò che non funziona.

Non basta invocare la complessità sociale per non rispondere alla richiesta di sicurezza.

Non basta dire che Cagliari non è Gotham City o che i numeri raccontano altro. Perché il cittadino che ha paura di attraversare una piazza non vive dentro una statistica. Vive dentro una strada reale, dentro una piazza reale, dentro un disagio reale.

Il sindaco dovrebbe cogliere questo clamore mediatico non come un’aggressione politica, ma come un’occasione.

Un’occasione per dire con chiarezza ai cittadini: abbiamo visto, abbiamo ascoltato, interverremo. Non con slogan, non con rimpalli di responsabilità tra Comune, Governo, Prefettura e forze dell’ordine, ma con un piano concreto.

Servono più controlli nelle aree sensibili. Serve una presenza costante, non episodica.

Serve illuminazione, videosorveglianza dove necessario, manutenzione urbana, pulizia, servizi sociali realmente operativi, interventi sanitari per le persone con disagio psichico e strumenti efficaci per allontanare chi delinque o molesta.

Serve anche il coraggio di dire che il decoro non è una parola di destra o di sinistra: è un diritto di tutti.

La sicurezza urbana non può essere trattata come un fastidio propagandistico.

È una condizione essenziale della libertà. Un cittadino che evita una piazza perché ha paura non è davvero libero.

Un commerciante che abbassa la serranda perché la zona è diventata ingestibile non sta semplicemente subendo un disagio: sta pagando il prezzo di un fallimento collettivo. Una famiglia che rinuncia a frequentare il centro non sta facendo una scelta: sta arretrando.

Cagliari non può permettersi questo arretramento.

Le piazze appartengono ai cittadini, non al degrado. Appartengono ai bambini, agli anziani, agli studenti, ai lavoratori, ai turisti, ai commercianti, ai residenti. Appartengono anche a chi arriva da lontano e vuole vivere rispettando le regole. Non appartengono, invece, a chi pretende di imporre paura, disordine, prepotenza e illegalità.

Per questo la polemica contro la trasmissione televisiva rischia di essere una scorciatoia comoda. Si può discutere sul linguaggio usato, sul taglio del servizio, sulla gestione delle immagini più delicate. Ma non si può usare tutto questo per evitare la questione principale.

La vera domanda non è se Cagliari sia stata raccontata male in televisione. La vera domanda è se Cagliari, in alcune sue zone, stia diventando una città nella quale i cittadini non si sentono più padroni dei propri spazi.

Ed è a questa domanda che la politica deve rispondere.

Non con indignazione selettiva. Non con accuse ai giornalisti. Non con la solita contrapposizione tra destra e sinistra. Ma con atti concreti, visibili, misurabili.

Il sindaco Zedda ha il diritto di difendere la sua visione politica.

Ma ha anche il dovere di ascoltare chi non si sente più sicuro. Perché amministrare una città non significa soltanto difendere un modello ideale di accoglienza. Significa garantire equilibrio, legalità, convivenza, decoro e libertà.

Quando una piazza centrale viene percepita come insicura, la risposta non può essere: “la televisione ha esagerato”.
Quando i cittadini segnalano degrado, la risposta non può essere: “state alimentando una narrazione sbagliata”.
Quando i commercianti e i residenti chiedono aiuto, la risposta non può essere: “il problema è chi riprende”.

Il problema è chi subisce.
Il problema è chi ha paura.
Il problema è chi vede la propria città cambiare volto e non riceve risposte adeguate.

Cagliari non ha bisogno di essere difesa dalle telecamere.
Cagliari ha bisogno di essere difesa dal degrado.

banner pubblicità
Informazioni su Salvatore Garau 944 Articoli
Titolare ed Editore delle Testate Giornalistiche: - Cagliari Live Magazine - Mediapress24.it - Cagliari Live Tv

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*