Nel foyer di un convegno dedicato all’educazione emotiva e alla necessità di “prendersi cura dei bambini”, una figura istituzionale al termine di un’intervista, ha aggiunto a microfono spento una frase che continua a risuonarmi dentro.
Non indicherò il ruolo preciso della persona che l’ha pronunciata. Non per timore, ma perché il punto non è l’identità di chi parla. Il punto è il pensiero che, forse involontariamente, quella frase lascia emergere.
La frase era questa: “Ci sono molte famiglie a cui dei propri figli non importa niente”.
Parole dette sottovoce. Ripetute due volte. Nonostante il pubblico. Subito prima di un evento dedicato ai bisogni emotivi dei più giovani.
Ed è lì che nasce la riflessione.
Chi vive una situazione familiare difficile – soprattutto quando entrano in scena servizi territoriali, percorsi educativi, relazioni tecniche, comunità o provvedimenti giudiziari – conosce bene una sensazione molto precisa: quella di sentirsi osservato non soltanto nelle proprie fragilità, ma anche nella propria dignità di genitore.
Esistono certamente casi di incuria reale, di abbandono, di violenza, e negarli sarebbe irresponsabile. I bambini vanno protetti sempre. Ma esiste anche un’altra realtà, più silenziosa: famiglie imperfette, stanche, forse disordinate, emotivamente provate, talvolta disperate, che tuttavia amano profondamente i propri figli.
Eppure, in alcune situazioni, il confine tra “famiglia fragile” e “famiglia giudicata” rischia di diventare sottilissimo.
Quando una persona che rappresenta un’istituzione parla, anche informalmente, le parole non restano mai private fino in fondo. Perché riflettono – consapevolmente o meno – il modo in cui una comunità guarda alle famiglie fragili, uno sguardo culturale. E lo sguardo culturale delle istituzioni conta moltissimo, specialmente per chi si trova in posizione di vulnerabilità.
Una madre che piange troppo viene considerata amorevole o instabile?
Un padre che protesta viene visto come coinvolto o problematico?
Una famiglia che manifesta il senso percepito di ingiustizia viene aiutata o classificata disfunzionale?
Sono domande scomode, ma necessarie.
Forse quella frase non era “diretta” a nessuno, magari non voleva ferire nessuno. Forse era soltanto uno sfogo, una constatazione generica, pronunciata senza cattive intenzioni. Ma certe parole, soprattutto quando riguardano i bambini e le famiglie, meritano attenzione. Perché possono rivelare quanto sia facile, nel discorso pubblico, scivolare dalla tutela al giudizio.
Ed è proprio per questo che educatori, amministratori, operatori e giornalisti dovrebbero maneggiare questi temi con estrema cautela. Dietro ogni fascicolo, ogni relazione e ogni “caso” esistono esseri umani. Esistono legami. Esiste dolore. E quasi mai le cose sono semplici come appaiono da fuori.
Il rischio più grande, forse, è dimenticare che la fragilità non equivale automaticamente all’assenza d’amore.
Giovanna Tamponi© – tutti i diritti riservati


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