Due chiacchiere con Tonino Luppino, giornalista e pioniere delle radio libere.

Ci sono voci che non si spengono quando la radio viene chiusa. Restano nella memoria di chi le ha ascoltate, attaccate a un'epoca, a un territorio, a un modo genuino di comunicare. Quella di Tonino Luppino è una di queste.

Tonino Luppino e Papa WojtylaDa una piccola emittente del Sud all’incontro con Giovanni Paolo II: cinquant’anni dopo la sentenza che liberò l’etere, il racconto di una stagione irripetibile.

Ci sono voci che non si spengono quando la radio viene chiusa. Restano nella memoria di chi le ha ascoltate, attaccate a un’epoca, a un territorio, a un modo genuino di comunicare. Quella di Tonino Luppino è una di queste.

Settantasei anni, giornalista, storico speaker radiofonico di Sapri, splendida località balneare nel Cilento in provincia di Salerno, Luppino è stato uno dei pionieri delle mitiche Radio Libere degli anni Settanta, la stagione che ha cambiato il modo di raccontare l’Italia. In quella grande famiglia sparsa lungo tutta la penisola c’erano, tra gli altri, Vasco Rossi, Nino Postiglione, Peppino Impastato, Salvo Vitale, Mauro Coruzzi: ragazzi diversissimi tra loro, uniti dalla stessa convinzione, e cioè che per parlare alla gente bastassero un microfono, un trasmettitore e molta testardaggine.

Radio Sapri trasmise dal 1976 al 1982. Sei anni. Eppure in quei sei anni successe di tutto: passarono davanti al microfono i Pooh, Mango, Peppino di Capri, e poi Ciriaco De Mita e Giorgio Almirante. E soprattutto accadde la cosa più incredibile, quella che ancora oggi, quando la si racconta, fa alzare un sopracciglio a chi ascolta: nel 1979, dopo appena tre mesi di pontificato, un ragazzo del Sud travestito da missionario sudamericano riuscì ad avvicinare e a intervistare Papa Karol Wojtyla.

Dopo Radio Sapri sono arrivate la direzione di due radio e due televisioni, l’impegno come Consigliere Nazionale della REA (Radiotelevisioni Europee Associate) e una battaglia civile combattuta comune per comune: oltre quaranta amministrazioni delle province di Salerno, Potenza, Cosenza e Avellino, e persino Cittiglio, in provincia di Varese, hanno intitolato piazze, piazzette, larghi e aree verdi alle “Radio Libere 1976”. Lo scorso 28 luglio, nella sua Sapri, unica data in Italia, Luppino ha organizzato il grande evento per il Cinquantennale della libertà d’antenna, con la partecipazione del cantautore comasco Marco Ferradini.

Nella bellissima Sapri, di fronte alla statua della spigolatrice, ci siamo seduti a parlarne. Due chiacchiere, appunto. Perché certe storie non hanno bisogno di essere interrogate: basta lasciarle scorrere.

D: Tonino, quando ripensa agli inizi, qual è la prima immagine che le viene in mente?

R: Mi viene in mente l’entusiasmo. Erano tempi completamente diversi. Avevamo pochi mezzi, ma una voglia immensa di comunicare. La radio ci faceva sentire liberi. Non servivano grandi studi o tecnologie sofisticate: bastavano la passione, le idee e la voglia di stare insieme alla gente.

D: Che cosa rappresentava Radio Sapri per voi?

R: Era molto più di una radio. Era una finestra aperta sul territorio. Attraverso il microfono entravano nelle nostre stanze le storie della gente, la musica, le notizie, le voci degli ascoltatori. Si era creato un rapporto umano fortissimo.

D: Prima del 1976 trasmettere significava essere fuorilegge. Che cosa cambiò con la sentenza della Corte Costituzionale?

R: Cambiò tutto. Fino a quel momento eravamo pirati: ci si nascondeva, si rischiava il sequestro degli impianti. Quella sentenza ci fece uscire dalla clandestinità, liberalizzò l’etere e ci restituì una dignità. Da un giorno all’altro quelle che erano avventure clandestine diventarono un pezzo legittimo del panorama della comunicazione italiana. È per questo che parlo di “libertà d’antenna”: non è una formula, è esattamente quello che abbiamo provato.

D: In quella stagione c’erano nomi che poi sarebbero diventati famosi per strade diversissime. Vi sentivate parte di un movimento?

R: Ce ne siamo accorti dopo, sinceramente. Ognuno lavorava nella propria città, con i propri mezzi, spesso senza sapere nulla degli altri. Poi con il tempo ti rendi conto che quello che stavi facendo tu a Sapri qualcun altro lo stava facendo a Bologna, a Cinisi, a Potenza. Erano storie diverse, alcune diventate drammatiche, altre finite sotto i riflettori. Ma l’impulso era lo stesso: prendere la parola.

D: Tra quei nomi ce n’è uno che lei ricorda con particolare affetto, Nino Postiglione.

R: Nino è stato il primo di tutti, e va detto con chiarezza. Nel 1973 registrò presso la Camera di Commercio di Potenza la prima radio libera italiana, Radio Diffusione, che poi prese il nome di Radio Potenza Centrale. Una radio che è ancora oggi in attività: la più ascoltata in Basilicata, seguita anche in altre regioni del Sud. Nino ci ha lasciati nel 2013, e alcuni Comuni della provincia di Potenza, quando hanno intitolato le loro piazze, hanno voluto aggiungere “nel ricordo del pioniere Nino Postiglione”. Per me è stata una delle soddisfazioni più grandi.

D: Poi arrivò uno degli episodi più incredibili della sua storia: l’intervista a Papa Giovanni Paolo II. Come nacque quell’idea?

R: Nacque dalla voglia di fare qualcosa che sembrava quasi impossibile. Ero un ragazzo di una piccola realtà del Sud e pensavo che anche la nostra voce potesse arrivare lontano. Volevo intervistare il Papa e ho cercato il modo di riuscirci.

D: E per farlo mise in campo anche una buona dose di coraggio…

R: Diciamo pure che ci voleva anche un po’ di incoscienza! In certe occasioni devi avere il coraggio di tentare. Io ci ho provato e alla fine sono riuscito ad avvicinarmi a Giovanni Paolo II e a rivolgergli le mie domande.

D: Si presentò travestito da missionario sudamericano. Oggi lo racconterebbe come un’astuzia o come un azzardo?

R: Come tutte e due le cose insieme. A quell’età certe distinzioni non te le fai: pensi soltanto che davanti hai una porta e che quella porta, in un modo o nell’altro, va aperta. Con il senno di poi mi rendo conto di quanto fosse rischioso. Ma non l’ho fatto per una bravata: l’ho fatto perché volevo portare la voce del Papa agli ascoltatori di una radio che stava in una via di Sapri.

D: Che cosa provò quando si trovò davanti a lui?

R: Una grandissima emozione. Fino a pochi istanti prima pensavo alle domande, alla radio, a quello che avrei raccontato agli ascoltatori. Poi, quando mi sono trovato davanti al Papa, è diventato tutto molto più intenso. In quei momenti ti rendi conto che stai vivendo qualcosa che probabilmente ricorderai per tutta la vita.

D: Quando comprese che quell’intervista sarebbe diventata un episodio speciale?

R: Non subito. Sul momento ero soprattutto felice di avercela fatta. Solo con il passare del tempo ho capito il valore di quell’esperienza. Una piccola radio di Sapri era riuscita a ottenere una testimonianza dal Papa. Era qualcosa di straordinario.

D: Che cosa le è rimasto più impresso di quell’incontro?

R: L’emozione del momento e la consapevolezza di essere lì non soltanto per me. C’era dietro una radio, c’erano gli ascoltatori, c’era una comunità. Sentivo di rappresentare anche loro.

D: In quei sei anni davanti al vostro microfono passarono molti protagonisti della musica italiana.

R: Sì, ed è una cosa di cui vado fiero. Ho intervistato i Pooh, Mango, Peppino di Capri. Gente che avrebbe potuto tranquillamente ignorare una piccola emittente del Sud e che invece si è seduta, ha parlato, ha risposto. Era anche questo lo spirito di quegli anni: c’era una curiosità reciproca, non c’erano ancora i filtri e le mediazioni di oggi.

D: Ma non solo musica: arrivarono anche De Mita e Almirante.

R: Esatto, e non erano tempi in cui fosse scontato. Aprivamo i microfoni a chiunque avesse titolo per parlare, e questo ci esponeva alle critiche da ogni parte.

D: A proposito di Almirante, lei racconta un episodio che vale più di tanti discorsi sulla libertà di stampa.

R: Almirante, Segretario del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, all’epoca veniva definito “fascista”, e ospitarlo significava prendersi delle responsabilità. Alla fine dell’intervista si congratulò con noi per il coraggio dimostrato, definendoci “libertari e garantisti”. Io gli risposi candidamente: «Onorevole, fino a quando il Presidente della Camera dei Deputati dirà “la parola all’onorevole Almirante, ne ha la facoltà”, noi di Radio Sapri le concederemo i nostri microfoni per onorare l’articolo 21 della nostra Costituzione Repubblicana». Mi strinse la mano sorridendo.

D: Un metodo che oggi sarebbe ancora praticabile?

R: Me lo chiedo spesso. Allora la regola era semplice: se una voce è legittimata dalle istituzioni democratiche, ha diritto di essere ascoltata, e chi ascolta ha la testa per giudicare. Oggi mi sembra che si preferisca decidere prima chi può parlare. Non so se sia un progresso. So che noi facevamo il contrario, e che agli ascoltatori non abbiamo mai tolto il diritto di farsi un’idea da soli.

D: Radio Sapri chiuse nel 1982. Come si fa a spegnere una radio?

R: Male. Si spegne male. È una cosa che assomiglia a un lutto, perché non chiudi soltanto un’attività: chiudi un luogo dove ogni giorno entravano decine di persone, chiudi un’abitudine per chi ti ascoltava. Però le radio non finiscono davvero quando si spengono. Restano nella memoria di chi le ha ascoltate, legate a un’epoca, a un territorio, a un modo genuino di comunicare.

D: Dopo Radio Sapri sono arrivate la direzione di due radio e due televisioni, e l’impegno nella REA.

R: Sì, ho continuato a fare questo mestiere in forme diverse. Come Consigliere Nazionale della REA, le Radiotelevisioni Europee Associate, ho potuto guardare al settore da un punto di vista più ampio, non più soltanto dalla mia postazione di Sapri. Ed è lì che è maturata l’idea che quella stagione andasse riconosciuta pubblicamente.

D: Da qui la campagna per intitolare piazze e spazi verdi alle “Radio Libere 1976”. Un risultato notevole.

R: Oltre quaranta Comuni hanno aderito: province di Salerno, Potenza, Cosenza, Avellino, e c’è anche Cittiglio, in provincia di Varese, che è la dimostrazione che questa storia non è soltanto meridionale. Piazze, piazzette, larghi, aree verdi. Sembra poca cosa, una targa. Non lo è. Significa che un ragazzo che passa di lì può chiedere ai genitori che cosa fossero le radio libere, e magari ricevere una risposta.

D: Perché era così importante per lei?

R: Perché la memoria, se non la fissi da qualche parte, evapora. Noi non abbiamo lasciato archivi, non avevamo i mezzi per conservare le registrazioni. Quelle targhe sono il nostro archivio.

D: Il 28 luglio scorso, a Sapri, il Cinquantennale della libertà d’antenna. Unica data in Italia.

R: Unica data, sì, e questo mi ha riempito di orgoglio e anche un po’ di responsabilità. Abbiamo avuto con noi Marco Ferradini, un cantautore che appartiene esattamente all’immaginario di quegli anni: le sue canzoni le passavamo noi, in quelle radio lì. Vedere la piazza piena, con gente di tre generazioni diverse, è stata la conferma che non stavamo celebrando soltanto un ricordo personale.

D: Nel golfo di Policastro lei ha organizzato anche diverse edizioni del Meeting Nazionale della Radiofonia, “Dj sotto le stelle”.

R: È un’altra cosa a cui tengo molto. Abbiamo portato qui disc jockey e speaker radiofonici di caratura nazionale, di fronte al mare, d’estate. L’idea era far incontrare chi la radio la fa oggi con il territorio che l’ha vista nascere. E funziona, perché la radio resta un mestiere di persone: ti devi guardare in faccia.

D: Oggi il mondo della comunicazione è completamente cambiato: internet, social, podcast, streaming. Come guarda a questa trasformazione?

R: Con grande curiosità. Oggi abbiamo strumenti che noi non potevamo nemmeno immaginare. Una persona può parlare al mondo intero dal proprio telefono. Ma gli strumenti, da soli, non bastano. Ci vogliono ancora passione, preparazione e soprattutto qualcosa di vero da raccontare.

D: C’è qualcosa di quegli anni che le sembra irrimediabilmente perduto?

R: L’attesa, forse. Noi andavamo in onda a un’ora precisa e la gente ci aspettava. Quell’appuntamento creava un legame che oggi, con tutto disponibile in qualsiasi momento, si è allentato. E poi l’errore: si sbagliava in diretta, davanti a tutti, e non si poteva tagliare niente. Era un esercizio di verità.

D: Che cosa direbbe a un ragazzo di vent’anni che oggi vuole fare radio?

R: Gli direi di non innamorarsi della propria voce, ma delle storie degli altri. E di non aspettare il permesso. Noi non l’avevamo, il permesso, per un bel po’ di tempo: siamo andati avanti lo stesso. Se hai qualcosa da dire, comincia a dirla. Gli strumenti oggi ce li hai tutti, e gratis. Manca solo la parte difficile, che è avere qualcosa di vero da raccontare.

D: Un’ultima domanda, Tonino. Se dovesse riassumere che cos’è stata per lei la radio?

R: La radio era libertà. Poi è stata un lavoro, una responsabilità, a volte una fatica. Ma alla base, per me, resta quella parola lì.

Da una piccola radio del Sud a un incontro destinato a diventare memoria. La storia di Tonino Luppino è fatta di passione, coraggio e di quella sana incoscienza che, qualche volta, permette ai sogni di diventare realtà.

 

 

 

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