La domanda, forse neanche troppo retorica, che ha spopolato in queste ultime 48 ore è: possono coesistere due verità indiscutibili che sembrano quasi contraddirsi? La risposta è evidentemente un sì, non per chissà che questione astrale, bensì per la sola analisi dei fatti. Gli Stati Uniti hanno violato la sovranità del Venezuela, hanno catturato il capo di Stato Maduro, eletto con metodi difficilmente definibili democratici, e hanno liberato il paese dalla dittatura, con l’obiettivo di mettere in moto una macchina per far rifiorire la sua economia, con la guida statunitense ovviamente.
Il tutto è avvenuto in pieno stile hollywoodiano: un film che lo stesso Trump ha affermato di aver seguito passo passo dalla sua residenza di Mar-a-Lago. Prima la narrazione dell’operazione della CIA, che è stata descritta nei dettagli pochi istanti dopo il colpo di Stato; poi le foto di Maduro condivise sul social Truth dallo stesso Trump. A seguire la classica conferenza stampa di rito pronta a spiegare passo dopo passo quello che accadrà in Venezuela nei prossimi mesi, con tanto di citazioni colte e rinominazione della “dottrina Monroe” in “dottrina Donroe“.
La doppia verità del conflitto tra Stati Uniti e Venezuela
Qui la mente umana si è fermata e si è posta quella fatidica domanda: si può essere felici per la caduta di Maduro, ma preoccupati per come sia avvenuta? Da un lato, ci sono i venezuelani che festeggiano e che, giustamente, dicono al resto del mondo che non può capire ciò che hanno vissuto in circa 13 anni di dittatura. Parliamo, d’altronde, di una persona che ha ridotto il paese in estrema povertà, commesso una serie di crimini e violazioni dei più basilari diritti umani. Davanti a questo non si può far altro che fermarsi e sottolineare quanto abbiano ragione nel festeggiare.
Dall’altro lato c’è, però, quella locuzione nominale che negli ultimi mesi abbiamo sentito risuonare piuttosto spesso, ovvero “diritto internazionale“. All’improvviso ci si è trovati di fronte il presidente degli Stati Uniti che ha bombardato dei siti militari di un altro Stato, violandone la sua sovranità e senza essere passato per il proprio Congresso. Per molti è stato il più classico esempio machiavelliano di fine che giustifica i mezzi, ma che se accettato rischia di creare un cortocircuito internazionale che inevitabilmente riporta indietro all’applicazione del darwinismo sociale tra Stati, o per farla più semplice, la legge della giungla.
Sotto un altro aspetto ancora, questo contrasto tra Stati Uniti e Venezuela ha messo in mostra una terza verità incontrovertibile: nella storia e nella politica non esistono i buoni e i cattivi. Anzi, nella maggior parte dei casi tutti sono cattivi, anche se magari di diverse fazioni. Ad ogni modo, al di là della posizione più che legittima che ognuno può avere, la vera domanda è: perché gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela di Maduro?
Non è una questione di petrolio
Prima di mettere in atto l’operazione “Absolute Resolve“, gli USA avevano fatto leva sulla questione del narcotraffico, tant’è vero che questo è divenuto uno dei principali capi d’accusa nei confronti di Maduro, che oggi ha dovuto affrontare l’udienza preliminare. Tuttavia, tale ipotesi non coincide con il fatto che qualche mese fa lo stesso Trump abbia graziato Juan Orlando Hernández, l’ex presidente dell’Honduras su cui pendevano importanti accuse di narcotraffico. Così, nel corso della conferenza stampa, il presidente USA ha virato su un altro elemento: il petrolio.
“Abbiamo costruito l’industria petrolifera venezuelana con il talento, l’impegno e le competenze americane, e il regime socialista ce l’ha sottratta durante i precedenti governi. E l’ha fatto con la forza. Questo ha costituito uno dei più grandi furti di proprietà americana nella storia del nostro Paese” ha affermato Trump senza troppi giri di parole. Tuttavia, davanti a queste parole, è inevitabile porsi un ulteriore quesito: o siamo davanti ad un cambiamento epocale delle strategie di comunicazione e perciò si è deciso di giocare a carte completamente scoperte, oppure qualcosa non torna.
Gli Stati Uniti sono già tra i più grandi esportatori di petrolio nel mondo, tant’è vero che anno dopo anno si giocano lo scettro con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Pertanto, si troverebbero a dover gestire un surplus di cui non c’è fondamentalmente bisogno. Se da un lato, infatti, lo stai togliendo effettivamente a stati come l’Iran e la Cina, con cui Maduro aveva ottime relazioni, viene difficile pensare che loro decidano deliberatamente di acquistarlo dalla potenza contro cui sono virtualmente in guerra.
A questo si aggiunge un altro elemento non di poco conto. Senza un periodo di lunga stabilità e senza l’intervento diretto da parte di industrie petrolifere statunitensi, è altamente improbabile rendere redditizio il petrolio venezuelano. Questo perché le riserve petrolifere del Venezuela sono per lo più costituite da sabbie bitumose e le normali tecniche di trivellazione non funzionerebbero. Quindi si torna al punto di partenza: che cosa vogliono veramente gli Stati Uniti dal Venezuela?
Il filo rosso che unisce gli interventi USA nel conflitto Rwanda-RDC, in Nigeria e in Venezuela: il coltan
Oltre al petrolio, il Venezuela è anche ricco di minerali e in particolare uno sta facendo gola a tutte le potenze mondiali ormai da diverso tempo: il coltan. Nel 2019 Maduro aveva avviato un piano quinquennale per il rilancio dell’industria mineraria che aveva fatto seguito alla realizzazione di una mappa delle riserve minerarie del 2009, da cui era emersa una massiccia presenza di coltan sul territorio. Non è un caso che nel 2018 Maduro avesse inaugurato il più grande impianto di estrazione del coltan di tutto il Sud America.
Tuttavia, per un curioso scherzo del destino, il territorio con le maggiori risorse di coltan non è il Venezuela bensì la Repubblica Democratica del Congo, mentre il più grande esportatore del pianeta è il Rwanda. Una “strana coincidenza” ha voluto che a premere per la pace tra i due Stati africani che erano in guerra tra loro siano stati proprio gli Stati Uniti. In particolare, nell’ambito delle operazioni di pacificazione, gli USA hanno stretto un accordo con la RDC affinché le compagnie americane possano avere un accesso prioritario ai principali progetti minerari del paese.
Allo stesso modo, negli ultimi anni anche la Nigeria è diventata una fonte importante di coltan, poiché nella parte centro-settentrionale sono state scoperte vaste miniere all’interno delle quali è stato ritrovato questo minerale. E, per un’altra incredibile coincidenza, gli Stati Uniti hanno deciso di recente di intervenire il giorno di Natale, bombardando alcune basi dell’Isis situate nello Stato di Sokoto, per contrastare i massacri dei cristiani di cui di recente si è spesso sentito parlare.
Perché il Coltan è così importante?
La columbite-tantalite altro non è che un minerale opaco, tendente al nero, fondamentale per la realizzazione di diversi dispositivi elettronici. Non esiste computer, telefono, tablet o console che ne sia privo e allo stesso modo, il minerale è vitale per la realizzazione di determinanti strumenti militari. Soprattutto, però, c’è uno strumento che oramai è entrato nella vita di tutti i giorni con prepotenza che ne ha più bisogno di qualsiasi altro ed è l’intelligenza artificiale.
Il coltan viene usato per la realizzazione dell’infrastruttura hardware necessaria per far girare l’IA, senza di esso la potenza di calcolo richiesta non sarebbe sostenibile né in termini di efficienza né in termini di dimensioni. Verso la fine del 2025 la domanda di chip per l’IA è a dir poco esplosa e il minerale è diventato una risorsa critica ancora più contesa.
Benvenuti nella “Guerra Fredda Tecnologica”
Per concludere e tornare all’attualità delle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela, il paese del Sud America è probabilmente diventato uno snodo fondamentale di quella che è già stata ribattezzata “Guerra Fredda Tecnologica”. Questa volta, dall’altra parte non c’è per il momento la Russia, bensì la Cina, che vanta una sorta di monopolio non solo nell’estrazione ma anche nella raffinazione dei minerali.
Ecco quindi che in un colpo solo gli USA sono riusciti ad avvicinare a sé uno Stato che fino a qualche giorno fa era decisamente più ben disposto verso l’Asia orientale, piuttosto che verso i suoi vicini di casa. Forse tra qualche mese oltre che di dottrina Monroe, sentiremo parlare anche di nuova dottrina Truman.
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