CAGLIARI (CA) – Il quarto posto di Massimo Zedda nel Governance Poll 2026 è un dato politico importante, ma non può essere trasformato in una patente di buon governo né in una fotografia esaustiva dello stato reale della città. Il sindaco di Cagliari risulta tra i primi cittadini più apprezzati d’Italia con il 63% di gradimento, dietro Sara Funaro, Marco Fioravanti e Gaetano Manfredi. Il sondaggio è stato realizzato da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore e, secondo quanto riportato, si basa su 600 elettori intervistati in ogni Comune e 1.000 in ogni Regione.
Ed è proprio questo uno dei punti più delicati da evidenziare: il dato su Zedda nasce da un campione di 600 persone, mentre il Comune di Cagliari conta 145.981 residenti al 1° gennaio 2026. In termini puramente proporzionali, quei 600 intervistati rappresentano circa lo 0,41% della popolazione residente del capoluogo. Se poi si guarda alla dimensione territoriale più ampia, la Città Metropolitana di Cagliari è composta da 70 Comuni e, sommando i residenti dei Comuni indicati nei dati aggiornati al 1° gennaio 2026 su base Istat, arriva a circa 534.219 abitanti: rispetto a questa scala, 600 interviste pesano appena lo 0,11%.
Questo non significa automaticamente che il sondaggio sia falso o inutilizzabile. Un campione demoscopico può avere valore statistico se costruito correttamente. Ma significa una cosa molto chiara sul piano giornalistico e politico: un’indagine su 600 elettori non può cancellare, ridimensionare o neutralizzare il malcontento quotidiano di una città reale, fatta di quartieri, strade, piazze, residenti, commercianti, automobilisti, famiglie e persone che vivono ogni giorno problemi concreti.
La frase che sintetizza meglio il quadro resta questa: Zedda quarto nel Governance Poll, ma a Cagliari il consenso del sondaggio si scontra con il malcontento su sicurezza, bivacchi e cantieri.
Il sondaggio misura un gradimento generale e una disponibilità potenziale a confermare il sindaco. Non misura, però, il giudizio specifico sulla sicurezza urbana, sulla gestione dei bivacchi, sul degrado percepito, sulle piste ciclabili, sui cantieri, sulla viabilità o sulla vivibilità dei quartieri. E soprattutto non può sostituire l’esperienza diretta dei cittadini che denunciano disagi, paura, traffico, spazi pubblici occupati e una percezione crescente di disordine urbano.
Il tema più serio resta quello della sicurezza. A febbraio 2026 è stata prorogata fino al 30 settembre la zona a sorveglianza rafforzata nel centro di Cagliari. La decisione è stata assunta durante il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, alla presenza della prefetta, del sindaco Zedda e dei vertici delle forze di polizia. Secondo quanto riferito, la misura avrebbe prodotto una diminuzione dei reati e un aumento della sicurezza percepita.
Ma proprio l’esistenza di una misura straordinaria dimostra che il problema non è immaginario. Se il centro cittadino ha bisogno di una sorveglianza rafforzata fino all’autunno, significa che alcune aree di Cagliari non possono essere considerate pienamente gestite con gli strumenti ordinari. Il dato positivo rivendicato dalle istituzioni non elimina la domanda principale: perché una città descritta come sicura deve essere sottoposta a misure speciali per garantire vivibilità e fruibilità delle zone più sensibili?
Qui la comunicazione della giunta appare debole. Parlare di “sicurezza percepita” può essere corretto sul piano tecnico, ma rischia di diventare politicamente irritante quando i cittadini raccontano episodi di degrado, aggressività, bivacchi, ubriachezza molesta, spaccio, risse o paura a frequentare determinate zone. La sicurezza non è soltanto il numero complessivo delle denunce: è anche la libertà di attraversare una piazza, accompagnare un figlio, aprire un’attività commerciale, prendere un autobus o rientrare a casa senza sentirsi esposti.
Anche i dati dell’Indice della criminalità 2025 del Sole 24 Ore vanno letti con attenzione. Cagliari risulta all’88° posto su 107 province nella classifica generale, dato che può ridimensionare l’idea di una città fuori controllo su scala provinciale. Ma lo stesso dato non cancella i problemi localizzati che incidono sulla vita quotidiana: bivacchi, microcriminalità, degrado, spaccio, vandalismi o situazioni di disagio concentrate in singole zone del capoluogo.
La responsabilità politica più pesante della giunta Zedda riguarda però la cancellazione del divieto di bivacco e accattonaggio. Con la deliberazione n. 181 del 10 dicembre 2025, il Consiglio comunale ha abrogato l’articolo 7 del Regolamento di sicurezza e polizia urbana. Quell’articolo vietava l’utilizzo dello spazio pubblico come dimora, anche occasionale o temporanea, e disciplinava alcune forme di elemosina nei casi di intralcio, uso di minori o animali, ostacolo agli ingressi di negozi e uffici, presenza ai semafori o alle fermate dei mezzi pubblici, o condizioni di ebbrezza.
La maggioranza ha motivato l’abrogazione sostenendo che la norma fosse inefficace rispetto all’obiettivo di migliorare la vivibilità urbana e che sanzioni e allontanamenti non fossero lo strumento giusto per affrontare la grave marginalità adulta. Questa impostazione può essere coerente con una visione sociale e non repressiva del disagio. Ma sul piano della gestione concreta della città appare una scelta molto discutibile.
Il problema non è criminalizzare la povertà. Il problema è stabilire se una piazza, un portico, un marciapiede, l’ingresso di un’attività o una fermata del bus possano diventare luoghi di permanenza stabile senza che l’amministrazione intervenga con decisione. Togliere uno strumento specifico senza garantire nello stesso momento una risposta immediata, visibile e ordinata sul territorio rischia di lasciare residenti, commercianti e forze dell’ordine davanti a un vuoto operativo.
La giunta rivendica politiche sociali e interventi di accoglienza. È vero: il Comune ha attivato il piano Estate Solidale 2026, con il potenziamento dell’accoglienza per chi vive in condizioni di grave emarginazione o senza dimora, strutture aperte più a lungo e una rete diffusa di sedi cittadine.
È vero anche che è stato previsto il progetto della Casa della Solidarietà, con 120 posti letto per persone senza dimora, compresa la possibilità di accogliere anche chi vive con animali, oltre a servizi igienici, ristoro e percorsi di reinserimento sociale.
Ma questi progetti, pur importanti, non risolvono il nodo politico: l’accoglienza programmata non basta se nel frattempo la città vede crescere situazioni di occupazione impropria dello spazio pubblico. Un’amministrazione efficace deve tenere insieme tutela dei fragili e tutela dei cittadini. Se la risposta è solo sociale, ma non anche ordinativa, il rischio è che il disagio venga semplicemente trasferito nelle strade e nelle piazze.
Sul tema dell’immigrazione serve rigore. Non è corretto attribuire automaticamente agli immigrati la responsabilità generale dell’insicurezza cittadina senza dati ufficiali disaggregati e verificabili. La gestione dei migranti e delle strutture di accoglienza dipende in larga parte dalle Prefetture, che provvedono alla distribuzione nei territori provinciali e, quando il sistema ordinario non basta, individuano ulteriori strutture temporanee.
Detto questo, il Comune non può nascondersi dietro le competenze altrui quando il problema diventa urbano: presidio del territorio, decoro, polizia locale, illuminazione, servizi sociali, regolamenti, ordinanze e gestione degli spazi pubblici sono pezzi di responsabilità comunale. Il punto critico non è chiedere al sindaco di fare il ministro dell’Interno. Il punto è chiedere alla giunta Zedda di non trattare la sicurezza come un tema secondario o come una semplice questione di percezione.
La mobilità è l’altro grande fronte di scontro. L’amministrazione punta a realizzare circa 12 chilometri di nuove ciclovie urbane in oltre 30 strade della città, presentando l’intervento come un modo per rendere più continua la rete ciclabile e favorire la mobilità sostenibile.
Anche in questo caso, però, la giunta sembra sottovalutare l’impatto reale sulle abitudini quotidiane. Le contestazioni parlano di carreggiate ristrette, timori per i parcheggi, traffico più complicato, autobus rallentati e attività commerciali penalizzate. La polemica è arrivata fino alla petizione contro alcuni interventi, che secondo la stampa locale ha sfiorato le 5mila firme.
Il tema non è essere contro le biciclette. Il tema è governare la mobilità senza trasformare la sostenibilità in imposizione. Una città può investire sulle ciclabili, ma deve farlo con dati, simulazioni, parcheggi alternativi, trasporto pubblico efficiente e ascolto reale. Se i cittadini percepiscono le piste ciclabili come opere calate dall’alto, la giunta perde credibilità anche quando l’obiettivo generale può essere condivisibile.
C’è poi il capitolo cantieri. L’amministrazione rivendica una stagione di investimenti: oltre 30 milioni per il mercato di San Benedetto, circa 13 milioni per Sant’Elia e circa 20 milioni per la riqualificazione del secondo lotto di viale Trieste e viale Merello. A giugno 2026 il Comune ha annunciato anche un pacchetto da 41 milioni di euro, con 9 milioni subito per strade, piazze e marciapiedi, insieme a interventi su sociale, casa e opere pubbliche.
Sono cifre importanti. Ma un’amministrazione non viene giudicata solo dalle somme stanziate, bensì dalla capacità di trasformare i fondi in risultati ordinati, tempestivi e sostenibili per chi vive la città. Se i cantieri si sommano al traffico, alla carenza di parcheggi, alle ciclabili contestate e alla percezione di insicurezza, l’effetto complessivo non è rigenerazione urbana: è affaticamento urbano.
È questo il punto debole della giunta Zedda: la distanza tra la narrazione amministrativa e l’esperienza quotidiana di una parte consistente della città. Da un lato ci sono il Governance Poll, i piani sociali, i progetti, i finanziamenti, le ciclabili, la rigenerazione urbana, le dichiarazioni sulla sicurezza. Dall’altro ci sono residenti e commercianti che chiedono più controllo, più decoro, più ordine, meno cantieri sovrapposti, meno scelte calate dall’alto e una città più vivibile nell’immediato.
Il sondaggio non va definito falso senza prove. Ma sarebbe altrettanto sbagliato usarlo come certificato di buon governo. Un sindaco può essere apprezzato a livello nazionale e, nello stesso tempo, amministrare una città attraversata da problemi seri. Il consenso personale non cancella gli errori politici. E oggi il principale errore della giunta Zedda sembra essere proprio questo: aver scelto una linea molto marcata su accoglienza, bivacchi e mobilità, senza offrire alla città una risposta altrettanto forte sul piano della sicurezza, del decoro e dell’ordine urbano.
La questione non è negare il disagio sociale. La questione è evitare che il disagio sociale diventi disordine permanente nello spazio pubblico. La questione non è respingere la mobilità sostenibile. La questione è non peggiorare traffico, parcheggi e lavoro delle attività economiche. La questione non è contestare ogni cantiere. La questione è non trasformare Cagliari in una città che vive per anni dentro un disagio continuo prima di vedere i benefici promessi.
Per questo, il quarto posto nel Governance Poll può essere letto come un successo personale di Massimo Zedda, ma non come un’assoluzione politica della sua amministrazione. Ancora di più se si considera che quel risultato nasce da 600 interviste, a fronte di una città da quasi 146mila residenti e di un’area metropolitana da oltre 534mila abitanti. Il campione può misurare una tendenza, ma non può zittire la città reale.
La città reale chiede altro: più sicurezza, più presidio, più decoro, più ascolto, più concretezza. E soprattutto chiede che il sindaco smetta di considerare il malcontento come una distorsione della realtà.
La realtà dei fatti è che Cagliari non è soltanto il 63% del Governance Poll. È anche il centro sotto sorveglianza rafforzata, il divieto di bivacco cancellato, le piazze percepite come meno sicure, le ciclabili contestate, i cantieri che pesano sulla viabilità, i commercianti preoccupati, i residenti stanchi e una parte della città che non si sente ascoltata.
Se Zedda vuole dimostrare che quel consenso è davvero solido, dovrà farlo non con una classifica nazionale, ma con risposte immediate e verificabili sulla sicurezza urbana, sul decoro, sulla vivibilità e sulla gestione concreta dei problemi quotidiani.


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