A Cagliari il problema della sicurezza viene spesso minimizzato con statistiche, retorica e vecchie giustificazioni. Ma residenti e commercianti chiedono risposte concrete
C’è un modo molto comodo per non affrontare un problema: negarlo.
Ancora meglio, negarlo con tono colto, aria superiore, qualche statistica sotto braccio e la solita frase pronta: “Non bisogna alimentare allarmismi”.
È la tecnica perfetta dei negazionisti del degrado.
Quelli che davanti a una piazza sporca, insicura, abbandonata e ostaggio di comportamenti indecenti riescono comunque a vedere un laboratorio sociale. Quelli che, se un residente ha paura, parlano di percezione. Se un commerciante abbassa la serranda, parlano di crisi del mercato. Se una donna cambia strada, parlano di suggestione mediatica. Se le forze dell’ordine intervengono di continuo, parlano di normale controllo del territorio.
Insomma, se il degrado lo vivi tu, è un problema tuo.
Se invece lo raccontano loro, diventa sociologia.
Piazza del Carmine, nel cuore di Cagliari, è diventata uno dei simboli di questa rimozione collettiva. Una piazza che dovrebbe essere luogo di passaggio, incontro, commercio e vita cittadina, ma che troppo spesso viene raccontata dai residenti come una zona difficile, segnata da bivacchi, spaccio, atti osceni, degrado, vandalismi e insicurezza.
Eppure, per una certa visione ideologica, tutto questo non basta mai.
Non basta vedere persone che si denudano in pieno spazio pubblico.
Non basta assistere a episodi di spaccio.
Non basta vedere muri usati come bagni a cielo aperto.
Non basta ritrovare auto danneggiate, piante insozzate, angoli trasformati in latrine, attività commerciali in sofferenza e cittadini costretti a chiedere sicurezza come se fosse un favore e non un diritto.
No, non basta.
Perché il negazionista del degrado ha sempre una spiegazione pronta. E soprattutto ha sempre una colpa da spostare altrove.
“È sempre stata così”: la scusa buona per non fare nulla
La giustificazione più raffinata è quella storica.
Piazza del Carmine è sempre stata problematica, dicono. Dunque, se è sempre stata problematica, allora il problema di oggi quasi non conta.
Nel 1940 c’erano le bombe, quindi era pericolosa.
Nel 1968 c’erano le contestazioni studentesche, quindi era agitata.
Negli anni ’70 giravano gli spinelli, quindi era alternativa.
Negli anni ’90 c’erano risse, furti e delinquenza notturna, quindi era folklore urbano.
Oggi ci sono spaccio, bivacchi, scippi, degrado, vandalismi, atti osceni, residenti esasperati e commercianti allo stremo.
Ma tranquilli: è tutto nella tradizione.
Una conclusione geniale.
Come dire che se una casa aveva una crepa nel muro quarant’anni fa, oggi può tranquillamente crollare: tanto aveva già qualche problema.
Questa non è analisi storica.
È il modo più elegante per lavarsi le mani davanti al presente.
Il punto più grottesco è proprio questo: chi denuncia il degrado viene spesso trattato come un visionario.
Il residente che non si sente sicuro non avrebbe un problema reale, ma una percezione alterata. Il commerciante che teme per la propria attività sarebbe vittima del clima mediatico. Il cittadino che chiede più controlli sarebbe, naturalmente, un allarmista.
La realtà viene messa sotto processo.
Non chi sporca, non chi spaccia, non chi danneggia, non chi rende invivibili certi luoghi. No. A finire sotto accusa è chi osa dirlo.
È la grande magia della narrazione progressista applicata alla sicurezza urbana: il problema non è il degrado, ma chi lo nota.
Non è grave che una piazza perda decoro e vivibilità. È grave che qualcuno lo racconti.
E così la paura diventa percezione.
Il degrado diventa complessità.
L’abbandono diventa inclusione.
L’insicurezza diventa propaganda.
La richiesta di ordine diventa, chissà perché, una pericolosa deriva autoritaria.
Poi arriva il momento più solenne: la statistica.
Il negazionista del degrado apre la sua tabella, sistema gli occhiali, assume l’espressione di chi sta per impartire una lezione al popolo emotivo e spiega che Cagliari, in fondo, non è ai primi posti tra le città più violente d’Italia.
E quindi?
Quindi dovremmo essere felici?
Se altrove si sta peggio, allora qui bisogna tacere.
Se esistono città con più reati, più aggressioni, più criminalità e più emergenze, allora Piazza del Carmine può continuare a convivere serenamente con il degrado, purché il tutto rimanga entro una soglia statisticamente accettabile.
È una forma curiosa di consolazione urbana:
“State tranquilli, non siete messi benissimo, ma c’è chi sta peggio”.
Fantastico.
Lo diciamo anche ai residenti?
Lo scriviamo sui muri?
“Benvenuti a Piazza del Carmine: degrado moderato, secondo le classifiche ufficiali”.
Il punto è semplice: una città non è sicura perché lo dice una graduatoria. Una città è sicura quando i cittadini la vivono senza paura. Quando una piazza può essere attraversata senza disagio. Quando un anziano non deve cambiare strada. Quando una donna non deve abbassare lo sguardo e accelerare il passo. Quando un commerciante non si sente abbandonato.
Le statistiche servono.
Ma non possono diventare il deodorante istituzionale con cui coprire l’odore acre del degrado.
Poi c’è l’altro punto, quello che nessuno vuole toccare per paura di essere immediatamente infilato nella solita gabbia lessicale: razzismo, intolleranza, propaganda, odio.
Il tema riguarda alcune presenze arrivate in città nel nome dell’accoglienza, della miseria e della guerra, ma finite purtroppo dentro circuiti di marginalità, disordine, spaccio e microcriminalità. Naturalmente non tutti. Naturalmente non solo loro. Naturalmente la delinquenza locale esisteva prima, esiste oggi e non ha bisogno di importazioni per dimostrare la propria efficienza.
Ma negare che una parte del problema sia stata aggravata anche da certe presenze irregolari o fuori controllo significa offendere l’intelligenza dei cittadini.
Significa pretendere che chi vive ogni giorno quelle strade debba chiudere gli occhi per non disturbare il galateo ideologico di chi preferisce non vedere.
La malavita locale, del resto, non ha certo bisogno di maestri. Ma quando trova nuovi collaboratori, nuovi complici, nuovi manovali del disordine e dello spaccio, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Una sorta di integrazione criminale riuscita, l’unica che sembra funzionare senza corsi, bandi, progetti europei e conferenze stampa.
Ecco il punto: non è razzismo chiedere legalità.
Non è razzismo pretendere che chi arriva rispetti le regole.
Non è razzismo dire che accoglienza senza controllo diventa abbandono, per chi arriva e per chi subisce.
Mentre il dibattito si perde tra parole eleganti e classifiche rassicuranti, c’è chi il conto lo paga davvero.
Lo pagano i residenti, costretti a convivere con situazioni che non dovrebbero essere normali.
Lo pagano i commercianti, che vedono calare il passaggio, crescere il disagio e aumentare la sensazione di abbandono.
Lo pagano le famiglie, che evitano alcune zone.
Lo pagano le persone fragili, gli anziani, le donne, chi lavora e chi semplicemente vorrebbe vivere la propria città senza sentirsi ospite sgradito a casa propria.
E lo pagano anche le forze dell’ordine, chiamate a intervenire continuamente su problemi che non possono essere risolti solo con la presenza episodica delle pattuglie. Perché la sicurezza non può essere ridotta a intervento d’emergenza. Serve prevenzione, controllo, presidio, decoro, responsabilità politica e una visione chiara della città.
Non basta arrivare dopo.
Bisogna impedire che certe zone vengano consegnate, pezzo dopo pezzo, all’abitudine del peggio.
C’è una cosa che andrebbe detta con chiarezza: il vero privilegio oggi è poter minimizzare il degrado senza subirlo.
È facile spiegare agli altri che devono essere tolleranti quando non sei tu a trovare il portone sporco.
È facile parlare di percezione quando non sei tu a rientrare la sera con il passo veloce.
È facile predicare accoglienza senza regole quando non sei tu a vivere sopra una piazza trasformata in dormitorio, bagno pubblico o area franca.
È facile dire che “Cagliari è sicura” quando la tua sicurezza è garantita da distanza, reddito, quartiere e portone blindato.
La distanza rende tutti più buoni.
E spesso anche molto più ipocriti.
Perché chi vive davvero certi luoghi non chiede miracoli. Chiede normalità. Chiede pulizia. Chiede controlli. Chiede rispetto. Chiede che una piazza non venga abbandonata alla legge del più arrogante. Chiede che i diritti dei cittadini non vengano sacrificati sull’altare della narrazione ideologica.
Un’altra grande mistificazione riguarda il linguaggio.
Sicurezza, decoro, ordine pubblico, legalità: parole che dovrebbero appartenere a tutti, vengono spesso trattate come se fossero patrimonio esclusivo di una parte politica.
E invece no.
La sicurezza non è di destra.
Il decoro non è di destra.
La legalità non è di destra.
Il diritto di un residente a vivere serenamente non è di destra.
Il diritto di un commerciante a lavorare senza subire degrado non è di destra.
Sono principi basilari di una città civile.
Chi li trasforma in una colpa politica dimostra solo di avere un problema con la realtà.
Perché senza sicurezza non c’è libertà.
Senza decoro non c’è rispetto.
Senza regole non c’è inclusione.
Senza controllo non c’è convivenza.
C’è solo la resa, mascherata da sensibilità sociale.
Piazza del Carmine non ha bisogno di scuse storiche.
Non ha bisogno di professorini del “è sempre stato così”.
Non ha bisogno di statistiche usate come anestetico.
Non ha bisogno di chi spiega ai residenti che il disagio che vivono ogni giorno non esiste davvero.
Ha bisogno di interventi.
Ha bisogno di presenza.
Ha bisogno di controlli.
Ha bisogno di decoro.
Ha bisogno di regole.
Ha bisogno di una politica capace di guardare la realtà senza abbassare gli occhi davanti all’ideologia.
Perché una città non si governa negando i problemi. Si governa affrontandoli.
E una piazza non si salva chiamando “complessità” ciò che ormai molti cittadini chiamano semplicemente degrado.
Il resto è letteratura da convegno.
Bella, elegante, piena di buone intenzioni.
Ma assolutamente inutile per chi, ogni giorno, deve attraversare quella piazza e sperare che vada tutto bene.
Alla fine, il messaggio dei negazionisti del degrado sembra essere sempre lo stesso:
non lamentatevi, poteva andare peggio.
Ecco, forse è proprio questa la fotografia più amara di una certa idea di città: non migliorare la vita dei cittadini, ma convincerli che devono considerarsi fortunati se il problema non è ancora degenerato del tutto.
Un capolavoro.
Non di governo urbano, però.
Di rimozione della realtà.


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