CAGLIARI (CA) – È passato quasi un mese dalla scomparsa di Martina Lattuca, svanita nel nulla il 18 novembre 2025 nella zona di Calamosca, e la famiglia oggi rompe il silenzio attraverso un lungo e toccante post pubblicato su Facebook dalla cugina Alessandra Murgia.
Un messaggio che non è solo dolore, ma anche un appello accorato affinché la verità emerga e le ricostruzioni superficiali cedano finalmente il passo ai fatti.
Martina è stata vista per l’ultima volta nella mattina del 18 novembre mentre, sotto la pioggia, si dirigeva verso l’area costiera di Calamosca.
La sua auto è stata ritrovata parcheggiata poco distante. Nelle ore successive, grazie alla segnalazione del compagno che non l’aveva vista rientrare, è stato attivato un massiccio dispiegamento di forze: Vigili del Fuoco, Carabinieri, Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Soccorso Alpino, elicotteri con termocamere, droni, unità cinofile e squadre via terra e mare.
Un impegno enorme che la famiglia riconosce con gratitudine: “Glielo dobbiamo dire: grazie, grazie davvero”, scrive Murgia.
Nel corso dei primi giorni sono stati ritrovati alcuni effetti personali appartenenti a Martina: uno zainetto con documenti e oggetti al suo interno e, in momenti diversi, due scarpe. Ritrovamenti che però, anziché fornire risposte, hanno alimentato nuove domande.
Ed è proprio su queste domande che il post Facebook si concentra, mettendo in fila tutti gli elementi che, secondo la famiglia, non coincidono con le spiegazioni diffuse finora.
La cugina denuncia una narrazione che, pur priva di riscontri solidi, rischia di diventare “la versione comoda”: quella che parla di un gesto volontario o di un’uscita solitaria su un sentiero impervio.
Ma Murgia ribatte punto per punto:
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La telecamera che riprende Martina non inquadra l’ingresso del sentiero della Sella del Diavolo, nonostante questa versione sia stata ripetuta più volte.
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Martina non era una persona incline al rischio: timida, prudente, poco avventurosa, “non si avventurava mai da sola”, non conosceva la zona e temeva percorsi difficili.
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Quel giorno pioveva, e i sentieri erano scivolosi: “Gli stessi uomini del Soccorso Alpino lo definiscono difficile perfino per loro”, scrive Murgia.
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Le scarpe ritrovate, sebbene recuperate in punti impervi, appaiono integre, quasi prive di graffi o segni di un cammino tra rovi e rocce.
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Lo zaino ritrovato in mare risulta integro, con cinghie attaccate e contenuto presente, un dettaglio che la famiglia considera incompatibile con un eventuale volo da un dirupo.
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Il cellulare avrebbe agganciato un ripetitore lontano diversi chilometri dall’ultima immagine nota, in una zona piena di antenne: un altro punto su cui i familiari chiedono chiarimenti.
La parte più intensa del messaggio riguarda la sua personalità: timida, riservata, profondamente legata a suo figlio, alla madre e alla sorella.
“Se ci fosse stato anche un solo indizio credibile per pensare a un gesto volontario, lo avremmo accettato. Ma la verità, quella vera, non è questa”, scrive la cugina.
La famiglia respinge fermamente ogni ipotesi che attribuisca a Martina volontà di allontanarsi o di compiere un gesto estremo:
«Una ragazza così attenta a non pesare sugli altri non avrebbe mai scelto di finire su tutti i giornali lasciando solo dolore.»
In conclusione, la cugina rivolge un appello diretto e potente:
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a chiunque si trovasse a Calamosca la mattina del 18 novembre: anche il dettaglio più piccolo potrebbe cambiare tutto;
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ai media: “Rompete il silenzio”;
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alle istituzioni: “Cercate Martina, valutate tutti gli indizi”.
E una frase, forse la più forte, resta impressa:
“Nessuna città può permettersi un luogo dove le persone svaniscono come in una storia dell’orrore, lasciando dietro di sé solo il rumore del mare, uno zaino e due scarpe pulite.”
La famiglia continua a sperare che Martina sia ancora viva.
E soprattutto continua a chiedere ciò che ogni comunità dovrebbe pretendere: verità, chiarezza e giustizia.
( Su autorizzazione di Alessandra Murgia e Sara Lattuca )


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